LA LEGGENDA DI ROMA

lupa gemelli firmaLa leggenda della nascita di Roma, se fatta risalire alle sue origini più antiche, ha il sapore di una fiaba avvincente, non dissimile da quelle più note, con le quali condivide straordinarie e sorprendenti analogie.

La fondazione della città di Roma è tradizionalmente fissata al 21 aprile dell’anno 753 a.C., sul colle Palatino. La data è del tutto convenzionale e viene stabilita dal letterato, scrittore e militare romano Marco Terenzio Varrone, nel I secolo a. C., sulla base dei calcoli astrologici effettuati dal suo amico astrologo Lucio Taruzio.

Tutto ha origine dalla distruzione della città di Troia, conquistata dopo un lungo assedio dagli Achei, così come narrato nell’Iliade dal grande Poeta Omero. Enea, principe dei Dardani, figlio della Dea greca della bellezza Afrodite (Venere, a Roma) e del mortale Anchise, partecipò a fianco del Re Priamo alla guerra di Troia, distinguendosi per il suo valore in battaglia.

Una volta conquistata con l’inganno (il famoso stratagemma, escogitato da Ulisse, del dono del cavallo di legno), Enea fugge dalla città in fiamme con il padre Anchise ed figlioletto Ascanio. Dopo interminabili e perigliose vicissitudini occorse in tutto il Mediterraneo, narrate da Virgilio nel suo epico Poema, l’Iliade, tra il 31 ed il 19 a. C., Enea approda alle coste del Latium vetus (l’antico Lazio). Qui sposa Lavinia, figlia di Latino, il Re del luogo, e fonda la città di Lavinio, dalla quale poi sorgerà, per mano di suo figlio Ascanio, la città di Alba Longa.

Molti anni dopo, una discendente di Enea, Rea Silva, sacerdotessa della dea Vesta e figlia di Numitore, il Re di Alba Longa, viene violentata da Marte, Dio della guerra, e concepisce due gemelli, Romolo e Remo. Nel frattempo il Re Numitore era stato spodestato dal fratello Amulio il quale, saputo della nascita degli indesiderati nipoti, per evitare future rivendicazioni dagli eredi legittimi, ordina l’assassinio dei gemelli per annegamento, ma il servo a questo incaricato non trova il coraggio di compiere il misfatto, e li abbandona sulla riva del fiume Tevere.

Palatino, Foro Romano
Palatino, Foro Romano

La cesta nella quale i gemelli erano stati adagiati si dirigerà dunque presso la palude del Velabro, tra Palatino e Campidoglio, nei pressi di quello che sarà poi il Foro Romano, e si arenerà alle pendici di una cresta del Palatino, il Germalus, sotto un fico, il fico ruminale o romulare, nei pressi di una grotta detta Lupercale.

Tradizione vuole che i due gemelli vengano a quel punto trovati ed allattati da una lupa che aveva perso i cuccioli ed era stata lì attirata dal loro pianto (secondo alcuni la lupa era una prostituta: all’epoca, come noto, le prostitute erano chiamate anche lupae e da lì origineranno i lupanari) e da un picchio (entrambi animali sacri al Dio Ares), che li protegge.

In quei pressi si trovava a portare al pascolo il suo gregge il pastore Faustolo, che trova i gemelli e, insieme alla moglie Acca Larenzia, li cresce ed alleva come suoi figli. Divenuti adulti e conosciuta la propria fiera origine, Romolo e Remo fanno ritorno ad Alba Longa, dove uccidono l’usurpatore Amulio e rimettono sul trono il nonno Numitore. E’ a quel punto che Romolo e Remo decidono di fondare una nuova città, proprio nel luogo in cui la lupa li aveva salvati, sul colle Palatino.

Come consuetudine imposta dai grandi eventi, i gemelli scrutano dunque il volo degli uccelli, in quanto capace di rivelare la volontà degli dèi e poi, con l’aratro, tracciano il “sulcus primigenius”, i confini sacri della città. Quindi dispongono in terra grosse pietre chiamate “terminali”, perché consacrate a Terminus, dio dei limiti, ed iniziano a costruire le mura, ritenute sacre e per questo inviolabili. Remo, tuttavia, tenta di violarle sfidando l’ira del fratello il quale, come vuole la tradizione millenaria, lo uccide.

Romolo diventa così il primo Re della città e le conferisce il nome di Roma.

Come sempre le leggende originano da fondi di verità.

Teorie accreditate riconducono infatti la mitologica avventura di Enea, che fugge da Troia in fiamme, per dare nuova patria alla sua gente, a reali eventi storici. La leggenda di Enea è considerata il riecheggiamento delle grandi migrazioni, dei grandi spostamenti dei popoli, causati da guerre o da necessità alimentari, avvenuti nel bacino del Mediterraneo tra la fine del secondo e l’inizio del primo millennio a. C.

Gli storici riferiscono di spostamenti quasi sempre rivolti da Oriente ad Occidente, perché le terre più occidentali, fra cui l’Italia, erano paragonabili, se confrontate alle popolose regioni del vicino Oriente e della Grecia, a quello che, qualche secolo di lì a venire, sarebbe stato il mitico West Americano.

Non è dunque difficile, rapportando questa lettura storica ai giorni nostri, rinvenire l’incredibile analogia tra antiche e recenti migrazioni, che riportano alla mente la nota teoria dei corsi e ricorsi storici di Giambattista Vico -rielaborata in seguito da Benedetto Croce- secondo il quale ogni civiltà procede ciclicamente verso l’idealità, per poi collassare su se stessa e ripercorrere i propri errori ..

Bisognerebbe ricordare, con Vico, il rischio in cui si incorre quando il dominio della ragione cade nell’astrattezza, quando si ha l’inaridimento del sapere, quando cioè si verifica la perdita della memoria del passato, perché quando questo avviene, l’uomo è senza radici e si crede artefice arbitrario della propria storia.

Secondo Vico, ogni civiltà ha un suo corso fondamentalmente progressivo, il quale, giunto al suo apice, si arresta ed entra in crisi. Principi e stili di vita si indeboliscono e si corrompono. Davanti ad una umanità incapace di crescere e di rinnovarsi, si profila la drammatica prospettiva in quella che Vico chiama la barbarie seconda, un regresso (un ricorso appunto), nel quale si riproducono le forme di vita e di comportamento proprie dell’età primitiva.

Lungi da chi scrive la presunzione di impedire, con il presente BLOG, l’avvento di nuova, incombente tragica barbarie, si preferisce fornire, ai pochi o tanti pazienti ed indulgenti lettori, elementari strumenti di rafforzamento della propria memoria affinché ciascuno, nel proprio piccolo, possa con maggiore consapevolezza divenire il principale artefice del proprio destino.